- Civetta ? Ma quale civetta !

 

- In un lontano immaginario collettivo, il termine “civetta”, non evocò mai nulla di grazioso: comunque lo si trattasse, dovunque lo si spiegasse, fu, per tetri pindari, mera sostanza di retaggi bui, di malanni incipienti e di pessimi presagi. O quasi. Per chi ama sfidarsi con pareti da limite e le associa ad un’oasi di miti, costellata da timidi uccelletti dagli occhi grandi, nonchè da soavi incanti ambientali, non può non sorridere garbatamente, dell’altrui disagio. Se poi è matto di bike e poeta del magnifico, fondendo, ad ogni spinta contro l’oltre, pathos e sudore, è la fine: per lui, partecipare ad un criterium come la “Civetta Superbike”, è un must irrinunciabile, un’immersione vitale nella natura e nell’ispirazione. Eppure, d’impressum, sembra una competizione francamente simile a tutte le altre leggende del pedale che abbiamo sempre seguito; quasi un calco conforme al solito copione, ripetuto in classifiche e comunicati che, per piacere di reportage, pubblichiamo volentieri. Eppure l’università dell’autentico, balza all’occhio da minimi particolari: dalle impercettibili minuzie che emergono nel trattare il tracciato, dai delicati accenni che si riscontrano nel considerare l’atleta, dal pacato tepore che emanano le interazioni con chi la organizza. Un profondo senso di tranquilla operosità, di famigliare accoglienza, di dolce agio, al severo cospetto del comprensorio di uno dei massicci totem, delle Dolomiti: sua sommità, il Civetta con contorno. Arco News, è entrato nel merito dello specifico, puntando all’essenza dello sportivo umanista, traendone importanti indicazioni. Alle spalle dei professionisti, che si sparano, in qualche decina di chilometri di ansimi, l’impegno profuso in diverse migliaia di miglia in bike, vive un nugolo di amanti del pedale, e della montagna, che sono il vero nucleo d’oro, sui quali puntare le antenne, in queste kermesse. Il loro passo è meno esasperato, la loro velocità meno eccedente il sicuro, il loro animo meno concentrato unicamente sulle sospensioni, sui freni, o sulle ruote. C’è spazio in loro, per l’incanto panoramico, per la foggia di una baita, per i colori di un balcone fiorito, per il profumo di muschio, d’un bosco ubertoso. Nel loro incedere, c’è voglia di comunicazione con chi li rifocilla ai posti di ristoro, c’è manifesta riconoscenza per chi vigila, con presenza e discrezione, sulla loro incolumità, c’è senso di profonda vicinanza, per chi ha scelto un passaggio impegnativo e tecnico, si, ma distratto da uno scorcio da cogliere e conservare tra le memorie che restano. E si sfidano per un 800° posto, e nessuno li intervisterà mai a fine gara, nessuno, dei non intimi, si ricorderà di loro, il giorno dopo il loro challenge, nessuno studio pubblicitario li stresserà, a suon di talleri, perché la loro immagine troneggi in questa e quella vetrina. Eppure, a loro va il nostro diritto di cronaca, a loro, il loro dovere di cronaca. Che il luogo fosse un po’ sui generis, non c’era bisogno di immaginarlo: lo zoldano è un piccolo enclave, osservante nel rispetto d’habitat, come pochi ne restano. Che qualcosa nelle genti fosse inconsueto, lo si è avvertito subito: dalla gentilezza non affettata del comitato di ricevimento, dalla gaiezza garrula degli accompagnatori, dalla serenità che emanava l’ufficio stampa. Nessun rush da comunicato, nessuna isteria da sponsor, nessun ammiccamento da marpionicioni. Bambini liberi di correre, adulti liberi di pedalare. Alberghi liberi di soddisfare, senza stucchi. Ostelli lieti di allietare il piacere per una buona tavola, per un buon desco attorno a un fuoco, per una buona dormita tra aromi di pino e fragranze di pulito. Nessun camper cacciato dalle piazze, nessuno spogliatoio improvvisato sotto una tettoia, nessuna bisaccia digiuna, nessuna borraccia assetata. Un inno al garbo, firmato val di Zoldo. Con un sindaco con spiccato accento fiorentino, trasferitosi dal placido Arno, agli impetuosi torrenti, per la qualità della vita che si conduce e si traduce in qualità interiori. Una campionessa lombarda, trasferitasi dalla mitezza del lago di Como, alla solennità delle vallate sotto al Pelmo, per un sogno rosa e un fazzoletto di verdi tra i quali allevare i propri virgulti. Un affermato fotografo che torna, dalla bizzarra Milano ai luoghi natii, ad ogni mal di scatto di questo o quel dettaglio, che senza quella luce, quella luce che trova solo nella sua valle, non è lo stesso. Storie d’amore, certo, da intendere con il giusto valore ponderale, ma storie, soprattutto di ricerca di vivibilità, di riappropriazione d’umanità, di riconquista anche solo di quel cristallino saluto, la mattina, che restituisce buon umore a tutto il giorno. E chi, pedalando tra sentieri vertiginosi e conifere muschiose, non riesce a suggere questa stagione d’affetti non comuni, e chi osservando l’intorno e l’interno, non prova la voglia di ritornare, e non da solo, a percorrere in pace e serenità un viottolo arrampicato nei prati. Abbiamo dialogato a lungo di questo, con sportivi e tecnici, come abbiamo scambiato pareri e commenti con Kurt, Marco, Massimo, Sara, Nicoletta e, seppur persi nei rispettivi ruoli, una piacevole sensazione di unione, accomunava i nostri comuni impegni, una deliziosa sorpresa di intreccio, difficilmente provata prima. E che dire di Luigi, uno dei pochi cronisti “a bordo”, uno dei pochi che le ruotate le vive in prima persona, non le racconta, né le recensisce in vitro: le soffre in sella. Luigi e lo staff che lo segue: dal presidente del sodalizio ciclistico: amabile, disponibile, scherzoso, attentissimo a tutti i segnali, sempre informato sull’andamento dei suoi e con lo sguardo sempre puntato all’orizzonte da dove sbucheranno or l’uno or l’altro dei suoi. Sempre pronto a godere dell’altrui gioia per l’arrivo, per la conquista, per il raggiunto traguardo, nonostante la bici da corsa, per lui, sia un traguardo difficile da raggiungere. A Gianluca che smonta da un turno di notte e parte da Lodi, così, senza riposare, pur di correre a fianco del Luigi. E non certo per onor di cronaca sul “Cittadino di Lodi”. Purezza piantata su due ruote, spinta dalla sete di sfida verso se stessi, che nemmeno una caraffa di Gatorade, riesce ad acquietare. Voglia di terso, che nemmeno un miraggio rosa antico, riesce a far restare a letto. -

 

- Renzo Gabriel Bonizzi per Arco NewS. -