PROSA D’AMANTI
Il professor Tardini mi chiamò a colloquio di Venerdì: giorno cui non avrebbe rinunciato per niente al mondo, dal momento che per lui significava riabbracciare moglie e figli dopo una frenetica settimana di lezioni e riunioni di lavoro; la scoperta, che aveva risucchiato tutte le sue attenzioni, lo tormentò fino al mio arrivo, alle quattordici in punto.
Lo salutai, come si conviene, con un reverenziale: “Buongiorno, professore.”; lui neppure mi guardò, ma fui stupita di fronte alle veloci parole che mi rivolse: “Mi compiaccio della sua pronta risposta al mio appello. In questo momento, più che di un discepolo ai primi anni della gavetta da ricercatore, ho bisogno del valido supporto di un collega. Poiché - come sa - la mia stima verso il suo impegno non è mai mancata, ho deciso di discutere con lei di una faccenda molto interessante…”.
Stima?! Non me ne aveva mai dimostrata molta, finché non rimasi l’unica collaboratrice disposta a non cedere ai suoi scatti d’ira e alle sue pantomime di consapevole saggezza; comunque, ebbi modo di constatare la sua indiscutibile competenza letteraria, che lo rendeva uno dei più grandi personaggi che avessi conosciuto.
Aprì con misteriosa lentezza un cassetto della sua massiccia scrivania ed estrasse un fascicolo di fogli ingialliti dal tempo; si mise a rovistare tra le carte, tenendole ben ferme con l’altra mano, come se avesse un segreto da nascondere; trovò finalmente quello che cercava: era un manoscritto dalla grafia curiosa, che ad una prima lettura era pressoché incomprensibile.
Lo rilessi con attenzione e decifrai una storia che mi sembrava di conoscere da sempre. Tardini vide la mia espressione smarrita e parlò così: ”…Paolo e Francesca. E’ un appunto dell’Alighieri, signorina: …ci pensa? La storia d’amore che l’ha fatto svenire nell’Inferno, lo ha talmente preso da spingerlo a scriverne una prosa.… Mi dica: ha notato il linguaggio?”.
Non disse più nulla, ma mi ordinò di iniziare uno studio approfondito sul prezioso reperto che - per la prima volta - lo lasciò senza fiato e, incredibilmente, inerme.
Seguirono settimane di intenso lavoro: analisi, confronti, accertamenti.
Ciò che mi impedì ogni logica comprensione, fu la lingua insolita con cui era stato intessuto quel racconto d’altri tempi, un linguaggio così attuale da lasciare stupito chiunque: d’altro canto, quella premessa che introduce il narrato lascia intuire i tentativi di un’inedita avanguardia linguistica, frutto -e bisogna riconoscerlo- di un genio incomparabile
Per poter pubblicare l’esito delle mie ricerche, trasferii su computer il testo integrale dell’appunto-se così può essere definito-, lasciando, come si dice, “ai posteri” l’oneroso commento:
“ Studii de nova lingua vulgare
Il castello era freddo e addormentato.
Rompevano il triste silenzio ora le voci delle giovani serve -indiscrete, in quel loro cicalecciare di fatti altrui-, ora il rumore di pentole, il cui rame risuona per le stanze semibuie.
Il signor Gianciotto era fuori per faccende, come accadeva nella maggior parte delle sue giornate.
La signora -la gentile Francesca, di cui Ravenna vanta i natali- sedeva assorta sul sedile intarsiato, proprio accanto al talamo nuziale; ad un tratto la servetta chiese d’entrare e fu cortesemente accolta dalla nobile padrona.
- Signora, vi annuncio l’arrivo di vostro cognato: viene a far visita a vossignoria…-
Francesca s’illuminò d’un sorriso sereno, con grazia sollevò il pallido corpo dal broccato celeste e s’alzò, ricomponendo le vesti con mosse soavi.
- Conducetelo qui - sussurrò-… che mi onori con la sua lieta compagnia!-
Il giovane Paolo giunse al cospetto di Francesca, porgendole mille reverenze per omaggiare la sua bellezza e la sua perfetta eleganza.
Si scambiarono saluti ed elogi; poi, la sapiente signora – con lodevole umiltà- propose:
- Mio diletto parente, mi è d’obbligo intrattenervi facendo del vostro tempo un bene prezioso, da non sprecare: per questo vi leggerò del prode Lancillotto, che tanto lustro diede alla corte del saggio Arturo.-
A quelle parole, Paolo rispose:
- Il tempo che dedico a voi si è già rivestito della vostra aurea bontà. E’ per questo che mi lascerò incantare dalla vostra attenta lettura.-
Detto ciò, presero il libro e si sedettero l’uno accanto all’altra per meglio sostenere il pesante volume: erano soli e senza alcun sospetto di potersi trovare l’uno nell’abbraccio dell’altra.
Molte volte i due si guardavano negli occhi, percorrendo le pagine di una storia intrisa di dolci intese e forti passioni; finchè, scorrendo con docili sguardi le rapide righe, giunsero al passo in cui Lancillotto assapora le soffici labbra di Ginevra, regina che l’amore rende infida: allora, tremando, Paolo s’accostò al pallido viso di Francesca, a quella bocca discreta che ad altrui era stata concessa, e la baciò.
Di ciò che accadde dopo non è permesso dire: non per scandalo, ma per rispetto a così grande amore, che nella sua naturalezza e verità fu causa di lutto e dolore; ciò che accadde, infatti, non piacque certo a Gianciotto: egli fu presto prosciolto dai suoi doveri e, tornato al castello, colse gli amanti tra le stoffe dell’ampio talamo.
S’infiammò in lui la furia di un consorte tradito e di un signore disonorato: sguainò la spada gridando “Delitto!…Traditori meschini!Infidi!” e diede la morte a chi, in pochi istanti di passione, pensava davvero di aver ritrovato la vita.”
Ambra Paganini