di Ambra Paganini

Non parlo spesso: in molti casi so esattamente cosa dire e dentro di me so anche come dirlo, ma il più delle volte mi lascio prendere dalle emozioni e alla fine tutti i migliori discorsi che premedito, perdono la loro forza originaria.
Preferisco scrivere: mi permette di ragionare più tranquillamente, di cambiare idea senza trovarmi nell’incapacità di spiegare sul momento le ragioni di una momentanea incoerenza.
Alcuni pensano che scrivere sia un’attività quasi inutile: se questa linea di principio fosse esatta, anche leggere (leggere il pensiero o solo i guizzi della fantasia degli altri) potrebbe essere considerato un passatempo infruttuoso.
Per quanto mi riguarda, ritengo che quest’arte stuzzicante e sregolata abbia sempre un’efficacia sul lettore, poiché costui è costretto a rispondere con una reazione -positiva o negativa- alle provocazioni dell’opera.
C’è sempre chi può trarre giovamento dalla lettura di ciò che scriviamo, anche se non siamo propriamente oggetto di contesa fra case editrici; anche se abbiamo l’unica fortuna di poter reclutare i nostri “venticinque lettori”, per dirla alla Manzoniana, presso una piccola cerchia di fidati amici.
Devo molto ai miei rarissimi lettori, proprio perché, come qualcuno sostiene, sono i personaggi principali di ogni storia; la rendono possibile, la fanno vivere per qualche minuto, per qualche ora, per qualche giorno; la fanno rivivere nei propri ricordi, nei propri commenti, nelle proprie sensazioni.
Non a caso, quindi, Orazio ha immolato sé stesso e le sue opere nella speranza di costruire un monumento pronto a sfidare il tempo, consapevole che tutto ciò che è scritto può rivivere dopo dieci, cento, mille anni, grazie agli uomini che, leggendo, riportano in vita storie altrimenti dimenticate o dimenticabili.
Se dovessi pensare di vivere esercitando la professione di scrittrice, probabilmente morirei di fame, perché l’ispirazione non può trovare agio fra le restrittive scadenze imposte da un editore.
Alcuni capolavori letterari sono stati innalzati a simbolo di epoche e ideologie e per questo vivranno per sempre; tuttavia, voglio credere che anche opere più modeste, come le mie, lasceranno una traccia impercettibile ma indelebile su chiunque le avrà incontrate e “ascoltate”.
Questo è il miglior premio per chi, come me, cerca di stabilire un’interazione con gli altri grazie alla “penna”.
Quello che mi sono sempre chiesta è: “Qual è il segreto per saper scrivere bene?”; esistono al riguardo migliaia di pubblicazioni, interviste e aforismi di persone che hanno fatto della scrittura -se non una ragione di vita- un mezzo per far sentire la propria voce.
Moltissimi autori si sono cimentati nella messa a punto delle più diverse teorie di “letteratura ideale”: la maggior parte di quelli utilizza un corredo di citazioni di autori precedenti, il che dimostra come nessun progresso dell’uomo sia avulso dal proprio “retroterra” storico.
In quanto autrice, sia pure occasionale, mi arrogo il diritto di affrontare queste teorie accogliendole tutte senza abbracciarne alcuna; come dire: “La verità è che non c’è una Verità”!
Non esiste una formula migliore di un’altra, ma la pluralità di vedute in merito a un dato argomento, permette di ottenere prodotti letterari più vari e completi.
Di recente ho letto un saggio dal titolo “Lezioni americane- sei proposte per il prossimo millennio”, che raccoglie un ciclo di conferenze tenute ad Harvard da Italo Calvino, nel 1985: egli suggerisce agli scrittori alcune regole da tenere presenti nella stesura di una qualsiasi opera, affinché essa raggiunga il massimo della leggibilità e dell’efficacia.
Calvino si muove attraverso concetti apparentemente impalpabili (Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità), che però, dosati in maniera sempre diversa, contribuiscono a generare un’opera dalle linee nitide ma piacevoli.
Il saggio difetta dell’ultima “lezione”, quella sulla Consistenza: proprio tale mancanza- simile a un michelangiolesco “non finito”- permette alla teoria stessa di non esaurirsi in sé stessa, e apre nuovi interrogativi che qualcun altro, forse, tenterà di risolvere.
Non ho assunto l’opera di Calvino come modello assoluto per i miei scritti, ma punto a sfruttare quei suggerimenti (e quelli che visionerò in futuro presso altre fonti) per migliorarmi come “autrice” e come lettrice.
Tante volte mi ritrovo seduta alla scrivania con il proposito di mettermi a scrivere, e penso di avere tutto: una biro funzionante, un blocco per gli appunti…ma la mente..funziona?
Non che sia incapace di intendere e di volere, ma spesso capita che le muse non mi parlino esattamente nel momento in cui mi sento più predisposta ad ascoltarle! Oppure capita che soffrano di logorrea quando, magari, tutto quello che possiedo per fissare la valanga delle mie idee, è un tovagliolo di carta…
Il “mestiere della penna”, anche nelle sue forme più impensabili, è meraviglioso proprio perché è liberatorio e comunicativo; in fondo, è anche universale, accessibile anche da chi, per mettere insieme un pensiero, ci mette un’eternità: forse, alla fine, riuscirà ad esprimere in due righe ciò che altri si tengono dentro almeno fino alla quattrocentesima pagina!