Maggio, Maggio...

Maggio dev'essere un mese un po' particolare perchè nella storia d' Italia è in questo mese che sono successe tantisime cose, se non negative per i risultati che hanno portato, almeno un po' tragiche per i lutti e le rovine che hanno provocato; solo per la Chiesa Cattolica è un mese particolarmente positivo poichè è completamente dedicato al culto della Vergine Maria.
Il cinque maggio muore Napoleone e lui di lutti e di rovine ne ha sparsi per tutta l'Europa, Mantova compresa; il 24 maggio 1915 l'Italia entra in guerra contro l'Austria (vedi articolo " L'altra faccia della storia ") e non poche famiglie italiane hanno dovuto piangere lutti e sofferenze (anche la mia). Il 29 maggio 1176 si svolge la storica Battaglia di Legnano (oggi tanto cara all'on. Bossi) e sempre il 29 di maggio, ma dell'anno 1848 nelle campagne tra Curtatone e Montanara avvenne un epico scontro che vorrei rinnovare nella memoria dei tre lettori che benevolmente approderanno a questa pagina elettronica.

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A proposito della battaglia di Curtatone e Montanara, vorrei presentare una lettera scritta da un volontario toscano alla famiglia durante la marcia di avvicinamento a Mantova. Gli studenti erano prossimi a Reggio Emilia. La lettera che più innanzi riproporrò integralmente, mi ha colpito in modo particolare perchè mi ha riportato agli anni della scuola e più precisamente alla lettura di Leopardi, il poeta che penso sia stato e sia ancora oggi amato da tutti gli studenti e che certo gli stessi studenti toscani, tutti con un alto livello di istruzione, avranno avuto modo di leggere: ricordo che all'epoca, Leopardi era morto da appena undici anni.
All'inizio della lettera si parla di grandi panorami che si incontrano via via scendendo dall'appennino tosco-emiliano e qui mi pare di vedere Leopardi che dall'alto del colle dell'infinito domina un suggestivo panorama che aiuta tanto a sognare come sogna ognuno degli studenti che sta per raggiungere l'agognata meta.
Più avanti viene invece alla mente la canzone " All'Italia " che Giacomo scrisse a soli vent'anni (età vicina a quella media dei volontari toscani) e dove, con toni forti e decisi, il poeta lancia agli italiani una sfida, un invito che ora pare quasi si stia realizzando con l'arrivo dei volontari toscani. I suoi versi suonano quasi come una profezia. Egli si chiede: chi tiene schiava l'Italia? E non la difende nessuno dei suoi? Ecco, è giunto chi vuole difenderla! Chi sono? Poch'alme franche e generose! Proprio così! E continua ancora: beatissimi voi ch'offriste il petto alle nemiche lance per amor di costei ch'al sol vi diede.
E ancora: "Come si lieta, o figli, l'ora estrema vi parve onde correste al passo lagrimoso e duro".
Nel seguito, la lotta che viene descritta e che avverrà veramente qualche giorno più avanti, sembra una narrazione di fatti in cronaca diretta..." come lion di tori entro una mandra or salta a quello a tergo e si gli scava con le zanne la schiena, or questo fianco addenta or quella coscia...". E' il corpo a corpo, il più micidiale dei combattimenti.
E' comunque una lotta impari che alla fine vede i nostri eroici volontari che... "come macchiati dal barbarico sangue questi eroi a poco a poco, vinti dalle piaghe, l'un sopra l'altro cade."

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Vediamo ora com'è realmente lo spirito di questi valorosi volontari attraverso un loro scritto.

Cara mamma,
impossibile sarebbe se scrivessi un intero giorno il dirti tutto quello che desidererei. Ora che ho una sola ora di tempo posso dirti poco, ma quanto basta per significarti quanto abbiamo goduto e godiamo. Come ti scrivevo, veramente sublime fu il passaggio dell'Appennino nel suo punto più alto, veramente deliziosa è stata poi la continuazione del viaggio. Usciti dalle foci ristrette dei monti,operti di neve, sui quali regnava l'inverno, ci siamo a poco a poco abbassati verso il piano, discendendo verso una serie interminabile di monti e poi di colline. Passo passo che ci avvicinavamo alla pianura, gli alberi cominciavano a vedersi verdeggianti, l'aria sembrava più respirabile, il cuore palpitava più forte. La pianura, ove si volava col desiderio, ci si avvicinava. Finalmente ci si mostrò il quarto giorno del viaggio da una foce in un modo così imponente che appena si poteva resistere alla commozione.
Il sole sorgeva dall'Adriatico e la illuminava tutta quanta: pareva di vedere un'immensa città, tanto grande è il numero delle case che sono sparse per la campagna. Al nord si vedevano le Alpi, catena interminabile di un aspetto sublime che impossibile è il descriverle. Dietro una serie di altisssimi monti si vedeva il Monte Bianco; più vicino a lui il Monte Rosa, tutti coperti di neve, tutti di aspetto gigantesco. Ad occidente la catena degli Appennini chiudeva il quadro, che senza limiti si estendeva verso il Sud e l'Est. Da quello che si vede sulla carta è impossibile farsi un'idea di quello che è veramente in estensione il quadro che si vedeva. Reggio si vedeva più prossimo a noi; più lungi Parma; più lungi ancora Mantova. Che parola è questa per noi! Con questo spettacolo innanzi agli occhi, con tamburo battente, accompagnato con canto d'inni patriottici, di quegli inni che sembravano stranezze e sono stati tutti profezie, ci avvicinavamo a Reggio ed eravamo tutti rapiti in modo che ci sembrava di essere in un altro mondo, nel mondo degli eletti. Il cielo era purissimo e ci permetteva di godere dell'amenità delle campagne che si percorrevano, che per me avevano un aspetto tutto nuovo. Sono quasi tutte colline, ma colline di una natura tale che non sono più belle delle più belle colline delle valli toscane. La vegetazione è rigogliosa, gli abitanti allegri e cordiali, le ville molte e bellissime. Tutto questo però è un niente in confronto alla magnificenza della pianura lombarda; che si comincia a trovare a cinque miglia da Reggio. Quanto è bello lo spettacolo di esse visto da lungi, altrettanto è sorprendente la ricchezza di questi luoghi veduti da vicino. Pare di essere nel Paradiso d'Italia. Si sente tale indignazione contro il barbaro che contrista queste belle contrade che impossibile, impossibile tollerarvi più a lungo la sua presenza. Se gl'Italiani tutti vedessero questi luoghi, tutti, tutti volerebbero in Lombardia contro le infamissime genti Tedesche.
Dietro quello che ti ho detto, aggiungendovi che via facendo si incontravano staffette che ci portavano nuove delle vittorie piemontesi, t'immagini bene che facemmo le 27 miglia di marcia che ci conducevano a Reggio senza nemmeno accorgercene. Per varcare l'Appennino abbiamo marciato quattro giorni, che tutti hanno avuto le loro bellezze per noi. Quest'ultimo però ci ha proprio rapito. Arrivati a Reggio ci vediamo accolti come fratelli, come figli, come liberatori; tutti piangevano di tenerezza; tutti ci ammiravano e ci ringraziavano; tutti mostravano che apprezzavano altissimamente la causa Lombarda. Pochi sacrifici fatti da noi per la comune causa Lombarda; tutti volevano mostrarci quanto più potevano questi loro sentimenti e facevano a gara per invitarci nelle loro case. E' una cosa commovente la cordialità Lombarda; è tanto sincera che è impossibile non accettare. Siamo tutti dei primi signori; molti serviti dai padroni di casa; i professori si fanno un dovere di servire quelli che stanno nelle loro case.
E che abbiamo noi fatto per meritare tutto questo? Nulla, nulla; abbiamo la buona voglia e faremo.

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Vorrei chiudere citando ancora Leopardi, con gli ultimi versi della sua "All'Italia" dove con una punta, giustificata, di superbia afferma:

"La vostra tomba è un'ara... e la vereconda fama del vostro vate, appo i futuri, possa, volendo i numi, tanto durar quanto la vostra duri".

Mi piace pensare che fino a quando ci saranno Italiani che sentiranno palpitare il loro cuore solo al sentire pronunciare la parola Italia, vorrà significare che il sacrificio dei volontari toscani e quello di tanti eroi sconosciuti non sarà stato inutile.

Gianni Baracchi
San Giorgio di Mantova,10/06/2000