Una storia di silenzi
Non interessa cosa sia accaduto di così sconvolgente, per far sì che ogni anno si
festeggi l'8 marzo, come la 'festa della donna'.
Non importa, se in un lontano 1917, le donne russe manifestarono a Pietroburgo, chiedendo
il pane e il ritorno dei soldati dal fronte. Non importa se, nello stesso giorno di un
ignoto anno, a causa di un incendio, morirono molte operaie, perchè il padrone aveva
bloccato i cancelli. Essenziale è, invece, ricordare la lunga e drammatica storia della
donna: di questo essere presente, da sempre, insieme all'uomo, sulla faccia della terra, e
da quasi sempre sottovalutata e discriminata.
Sarebbe interessante capire la genesi psicologica di una mentalità diffusa, che ha
provocato una tale disuguaglianza fra il maschio e la femmina. Si potrebbe ravvisarne la
causa nell'inferiorità fisica: dotata di uno scarso sviluppo muscolare, caratterizzata da
quell'enorme pancione che talvolta la definisce - elemento ulteriore di fragilità- , la
donna non troverebbe altro posto sicuro che non fosse accanto al focolare.
E da questa debolezza del corpo, ne sarebbe derivata la triste idea di un'intellegenza
bacata e insufficiente: poco affidabile nelle scelte più importanti, perchè facile alla
corruzione, effimera e pericolosa ammaliatrice, qualsiasi moglie o figlia non potrebbe far
altro che occuparsi delle faccende domestiche.
Per secoli, la donna non ha combattuto nessuna battaglia per ottenere un minimo di
personalità, lasciandosi vivere in un mondo, costruito dall'uomo, caratterizzato da
silenzi e da umiliazioni.
L'autoconvinzione di essere, veramente, nata schiava, al servizio, prima del padre e poi
del marito, l'ha costretta ad un'eterna prigionia, tanto morale, quanto fisica.
"Alle donne si conviene il silenzio", così Sofocle, fa immaginare le condizioni
di vita di una sposa greca: usciva di casa solo per le feste religiose, in occasione di
matrimoni o funerali,conducendo una vita da reclusa. La capacità giuridica era
sostanzialmente nulla: si trovava sotto la giurisdizione del padre fino ai 14 anni e
successivamente le era necessaria la presenza di un tutore -fratello, marito, o ancora il
genitore-.
Annullare la dignità umana, significa disprezzare i pensieri, l'animo della persona,
giudicandoli quasi, inesistenti: è, dunque, ciò che le donne hanno subito, durante lo
scorrere della storia, arrivando ad essere considerate delle semplici, spesso inutili
"cose".
I Longobardi, popolo barbaro, la tenevano come oggetto del guerriero, trofeo di guerra da
ripudiare qualora non fosse più servito; assimilandola ad un atto di compravendita.
Questi sono solo dei tragici esempi di come un pregiudizio, possa tramutarsi in un inferno
di prevaricazione e in giustizie di cui le più deboli ne hanno pagato le dure
conseguenze.
Furono le rivoluzioni, quella francese e quella americana a divulgare i principi 'dell'
egualitè et fraternitè' fra i due sessi: infatti vennero riconosciuti i diritti civili
anche alle donne, lasciandole, però prive di diritti politici.
Per noi, donne del 2000, questo traguardo potrebbe risultare di scarsa rilevanza: noi,
indipendenti ed emancipate, orgogliose di una libertà ormai scontata,ci sfugge che la
dichiarazione parziale dei diritti, faceva della donna non più un'entità, solo vivente.
Finalmente la si iniziò a giudicare "uomo", come essere dotato di raziocinio e
sentimento.
Il movimento di emancipazione si fece, poi, più agguerrito. Crebbe la fiducia in se
stesse, la percezione che si può diventare indipendenti, vivendo una propria vita, senza
stupidi e stretti legami. La giovane può contare su una moderna società,
sull'industrializzazione, che le dà la possibilità di innumerevoli lavori.
Ma, nonostante le vittorie ottenute, è lecita una domanda: la donna sarà mai veramente
libera da tutti i preconcetti che l'hanno attanagliata da sempre?
Procreatrice, dotata di maggiore sensibilità, vista come custode della casa, riuscirà ad
imporre la sua figura in ogni campo, sfatando le più antiche tradizioni religiose e
sociali?