- Ligna Calor: quando l’idea del calore, nasce dal cuore.

- Intervistare Jaco Frenademetz, presidente di Ligna Calor s.r.l., la società a capitale misto, che gestisce l’intero pacchetto produzione-distribuzione di teleriscaldamento a biomassa, nel comune di La Villa, in Alta Badia, è esperienza, giornalisticamente dibattendo, al limite dello straordinario. Essere resi partecipi, con naturalezza e senza divismi, com’ebbe inizio, acquisì concretezza e divenne realtà industriale, nonostante un percorso burocratico sconfortante, la messa in funzione dell’ecoimpianto, è un excursus che lascia pendoli, tra fascino, riconoscenza e perplessità. Fascino per la fermezza dimostrata da questo business man ewpe35.jpg (23074 byte) dall’intellighenzia che fu al suo fianco, nel proporre, ingegnerizzare e portare a compimento quest’ambizioso progetto di thermorete, ad ecoimpatto tendente a zero, riconoscenza per aver intrapreso una direzione di rottura, con una consuetudine antitetica, scritta nel DNA di troppi cittadini, facili al mugugno contro l’esecutivo, ma incapaci d’autopromuoversi verso vie energetiche alternative e piacevole perplessità, per la dinamica mercantile che caratterizza il manager Giacomo Frenademetz. Lui, motore primo dell’iniziativa, è tra i maggiori commercianti di combustibili per riscaldamento d’origine fossile, badioti. Come dire: un "produttore" di CO2 che pensa ed agisce contro i propri interessi, almeno quelli subitaneamente finanziari, in armonia con l’imprimatur di salvaguardia ambientale della comunità montana, nel tessuto socioeconomico del quale, è particolarmente attivo e in sintonia con un benessere salutistico, non solo personale.

La dichiarata intenzione di Giacomo Frenademetz, di affrancare quanto più possibile la Val Badia dalla dipendenza energetica d’importazione, risale ai tempi della peggior stretta petrolifera del secolo. Già dai primi anni settanta, in piena austerity, quando in molti si resero cocentemente conto che sarebbe bastata l’unilaterale chiusura dei rubinetti, da parte di un protervo cartello di petrolieri, per ripiombare indietro nei decenni, costringendoci a rispolverare bicicli e stufette, iniziò ad interessarsi imprenditorialmente allo sfruttamento delle fonti rinnovabili. (Da notare l’assoluta attualità di tali preveggenze, considerata l’escalation di prezzi del brent…). Al riguardo, si mosse autonomamente verso diverse direzioni applicabili, affiancato nella ricerca, anche da un novero di valligiani vivamente allarmati dalla contingenza del momento, i quali, non appena tornata la normalità distributiva e rimossa la paura del gelo incipiente, affievolirono pungoli e spinte, abbandonando in toto la progettualità, appellandosi a una presunta non subitanea urgenza, se non addirittura alla sconvenienza polimorfica, delle soluzioni proposte. Certamente, in pieno boom turistico e rinnovato ottimismo da "greggio", sarebbe stato oltremodo penalizzante, chiedere una miglior tutela ecologica, passando attraverso il drastico abbattimento dell’afflusso dei veicoli a propulsione endotermica, o suggerendo forme di termizzazione domestica a prevalenza elettrica, (di chiara derivazione nordeuropea), ma una maggior razionalizzazione dei consumi, per quanto tali, un più spiccato riguardo verso l’impiego del calore, la tendenza al miglioramento dei rendimenti delle combustioni e l’introduzione a tappeto dell’osservanza delle concettualità positive, legate allo sfruttamento di fonti rinnovabili, si. Con saldezza e determinazione, furono così gettate solide fondamenta verso una più ampia sensibilizzazione di residenti ed ospiti, verso specifici problemi di salvaguardia dell’habitat, passando attraverso piccoli atti, minime attenzioni, semplici metodiche, al fine di conseguire un supporto popolare essenziale, per la riuscita dell’obiettivo basilare, ossia "ridurre, almeno localmente, le emissioni nocive negli elementi". Essere indi pioneri e d’esempio, esponendosi in prima persona. Ma il cammino, verso un’adesione, urbi et orbi, verso uno slancio edificante, che implicasse ingenti esborsi finanziari e comprimesse i propri individualismi, in favore di uno spiccato senso civico, era ancora lungo e in salita. A poco valse l’oggettiva constatazione che le bizzosità del microclima badioto, erano comunque soggette, dipendenti e riconducibili all’immissione d’ingenti inquinanti nell’aria; che la purezza delle acque, risultava alterata dalla contaminazione con reflui omniprovenenti e la chimica del suolo, mutata e convessa dalla presenza di particelle esogene alla composizione autoctona. Si tenga presente che l’economia valligiana, basa la propria evidente prosperità su tre filoni principali: vacanze, legno e terziario avanzato. E minori precipitazioni nevose, in un comprensorio sciistico come la Val Badia, significano lucro calante e danno emergente immediato, l’acid rain, comprimendo l’accrescibilità delle conifere, riduce di fatto i flussi monetari legati al legname ed al suo indotto ed un errato rapporto con la biocompatibilità dei suoli, implica tutta una serie di aggravi georeferenziabili, che vanno dalla semplice fertilità dell’humus, alla trasduzione, per osmosi, di sostanze controproducenti, nei nutrimenti. Era necessario sterzare decisamente verso una più oculata conformità agli ecoequilibri ed alle ecoomogeneità congenite all’area. A poco valse la diffusione degli incoraggianti risultati, riscontrati in laboratori territoriali analoghi alla valle ladina, implementatisi a poca distanza da lì, ma laddove il mancato convincimento teoretico, risultò poco efficace, valsero il riscontro economico e l’innata devozione per una natura da mantenersi e trasmettersi incontaminata a tutti, nativi e turisti, come patrimonio irrinunciabile. La quadratura dell’ecosistema, dipendeva dalle esigenze localmente tangibili, dell’offerta di prodotti in sito da trasformare e dalla volontarietà a 360° dei cointeressati per il miglioramento della qualità degli elementi, almeno nella zona. Relativamente al progetto di teleriscaldamento si trattava, in sostanza, di riciclare gli scarti dovuti alla lavorazione del legno, resi disponibili e a costi contenuti, nelle diverse segherie del distretto, bruciandoli in caldaie ad alto rendimento, di nuova concezione tecnologica, traendone calore, ceneri e smaltimento controllato di biomasse lignee, il tutto a biocollisione altamente ecocompatibile. Salvaguardando, in primis, la salute e il patrimonio boschivo, offrendo un servizio essenziale e lasciando una traccia di concretezza da seguire. Parimenti a questi iniziali segnali positivi, le prime strumentalità istituzionali e legislative, diedero ulteriore impulso e sostegno all’iniziativa che si concretizzò a far data dal 1993, dotandosi di una propria fisionomia societaria, una propria visibilità giuridica e propri capitali di rischio. A tal punto, la fattibilità dell’input originale, fu interamente articolata e pronta per essere realizzata. Giunsero suffragi e consensi da più parti: dal comune di La Villa, dagli operatori locali, dalla provincia autonoma di Bolzano, dal consorzio Alpe Adria, dalla UE. Tutti diedero il proprio contributo, non solo morale e in poco più di 1000 giorni, si giunse all’inaugurazione del complesso. Erano trascorsi poco più di 20 anni da quel 1972, durante l’inverno del quale, tutti gli italiani impararono a lasciare a casa le auto per diverse domeniche e ridussero la temperatura di qualche grado nelle proprie abitazioni. L’impianto a biomassa per la produzione di teleriscaldamento di La Villa di Badia, fu un passo decisivo per evitare il ripetersi di simili eventualità, forte di un apporto entusiastico corredato da lungimirante saggezza alpina, tradizionale indipendenza ladina e vincente, illuminata, imprenditorialità.

I primi utenti che furono collegati alla "fabbrica del caldo", furono i soci fondatori, pubblici in testa, avviando in concreto una vera rivoluzione copernicana in fatto di riscaldamento pubblico e privato, portandoli in breve a significativi risparmi alla voce "costi di gestione" e servizi accessori. Non si dimentichi la formula "chiavi in mano" del programma, tale per cui l’allacciamento è telesorvegliato, telecontrollato e telegarantito dalla centrale operativa, abbattendo così ogni valore aggiuntivo, seguente alla connessione. Ma teleriscaldamento significa anche infrastrutture da edificare ex novo, chilometri di tubi da posare, approcci diversi con la gestione familiare degli elementi radianti, qualche disagio iniziale da patire e senso di collegialità nella partecipazione ad un condominio disciplinato da regole ed adempimenti da rispettare, nonché informazione a più livelli per rendere maggiormente consapevoli e cointeressati, i soci ed i potenziali associabili. E all’impatto ambientale minimo, per lunghi periodi, corrispose un impatto umano, non poco conflittuale. Non pochi sottovalutarono, derisero ed osteggiarono l’impresa, arrivando addirittura al tentativo di screditarla, adducendo al proposito, motivazioni a dir poco bizzarre. Ci fu addirittura chi sostenne che togliere quel bel fumo denso dai camini, avrebbe azzerato una caratteristica d’attrazione turistica…

A tutt’oggi, quella che, con scarsa prospetticità, venne definita un’avventura fumosa, un giocattolo tiepido, una cattedrale nel deserto bianco, è un’azienda solida, ben diffusa e meglio amministrata, che raccoglie numerose approvazioni, attestati di benemerenza e consistenti auxili da parte di autorevoli Enti e sodalizi. Ed è promotore occupazionale. A tutt’oggi si sono festeggiati i 200 utenti collegati, per un totale di poco meno di 650 abitanti, circa il 50% della popolazione residente e la quasi totalità dei vacanzieri, ospitati nelle strutture ricettive. E non pochi amanti sinceri, di questo eden dolomitico, avvertono un’aria più leggera e frizzante. Saranno fors’anche influenzati dal fermento d’orgoglio che ha saputo creare attorno a sé l’impianto della Ligna Calor, ma vogliamo anche credere che porteranno con sé, unitamente al ricordo di una vallata immersa nel verde, anche un messaggio di promozione umana, di promozione verso un recupero della qualità dell’ambiente, che passa anche attraverso l’umile, anonimo calorifero. -

 

per arcoNewsPiccolo.gif (1488 byte)
Renzo Gabriel Bonizzi