QUANDO VA IN SCENA IL DOLORE…

Recensione del film “La stanza del figlio” di Nanni Moretti

 

 

Servono poche parole per definire la trama del film “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes: il tutto si può riassumere nel dolore per la morte di un figlio, nella disperazione che penetra in una casa per sconvolgerne la normale esistenza.

Non ci sono Kidman che ballano né Casta all’esordio, non ci sono eroi né bellezze sconvolgenti: il solo ed unico protagonista è il sentimento.

La comprensione degli episodi, non certo artificiosi ma sobri e semplici passa in secondo piano: in realtà si è attenti alle sensazioni che si fanno concrete, che diventano i veri antagonisti di quelli che sono i personaggi in carne ed ossa.

L’angoscia, la confusione, i sensi di colpa, i perché, infrangono lentamente l’equilibrio composto all’interno della famiglia.

Al centro della vicenda, in maniera particolare, emerge la situazione psicologica del padre Giovanni, interpretato dallo stesso Nanni Moretti: un noto psicanalista che lotta ad essere un bravo angelo custode per i propri pazienti e per i suoi cari soprattutto. Anche se una tranquillità, quasi surreale lo avvolge, fin dall’inizio appare sul suo volto una ruga di tensione: forse rappresenta la paura che quella sottile corda di benessere si rompa in qualsiasi momento.

Pensiamo dunque a questo genitore attento e premuroso che, in una solita domenica, rinuncia ad una corsa con il figlio Andrea, a causa di un improvviso impegno di lavoro. Pensiamo a quest’adolescente che eliminata la corsa, tampona il buco della mattinata con un’immersione in mare con gli amici, che gli costerà la vita. E’ facile comprendere quale tempesta possa scatenarsi nella testa dell’illustre dottore. Le corse lungo il porto, il perdersi in luoghi affollatissimi e rumorosi per non sentire l’angoscia, il trattenersi dal pianto, non sono più sufficienti. Perfino la professione diventa stretta e insostenibile: come si possono lenire le sofferenze altrui quando non si è più in grado di portare il proprio fardello di tormento?

Risulta, inoltre, interessante, la scelta compiuta dal regista, nel costruire la figura della madre Laura – Lella Morante-, scalfendola come polo emozionale, quasi opposto, a quello del marito: lei spontanea ed istintiva, lui, matassa di pensieri. Negli occhi di quella mamma si nota il buio dell’afflizione, mentre urla il proprio strazio, mentre con estrema dolcezza accarezza i vestiti del figlio. In lei non c’è posto per inutili rimpianti o pentimenti, ma solo e nient’altro, il vuoto di chi ha perso il cuore.

In questo reportage di dramma famigliare, vi è comunque spazio per un raggio di conforto: arriva una lettera di una ragazza Arianna, che scrive ad Andrea ricordando il giorno passato insieme al campeggio. Tale circostanza, invece di appesantire il triste carico dei ricordi, viene accolta dai genitori come esile appiglio al figlio morto. Di gran commozione sono le foto che l’amica ha portato con sé: ritraggono Andrea nella sua camera. Quella stanza gelosamente custodita, caveau di segreti e passioni, simboleggia per i genitori la voce del ragazzo morto.

Lo sguardo perso di Laura, Giovanni e della figlia Irene, dietro all’autobus che stava portando via Arianna, loro ricordo vivente d’Andrea, segna il termine del film. Una conclusione che non poteva essere diverso: come si potrebbe immaginare un lieto fine per una storia di questo genere?

 

Ramona Lucchetti