Talvolta un individuo perde il timone della propria vita, andando in balia di pensieri ed impulsi impetuosi, trovando come ancora di salvezza, presunta, non se stesso come ragione, ma se stesso come corpo, valvola di sfogo su cui ormeggiare la propria follia.

" Quando non si può agire più su nulla, sul corpo si può ancora..."citazione tratta dal romanzo "In tutti i sensi come l'amore" di Simona Vinci, forse un po' dura, ma riassuntiva di una serie di disagi psicologici. E tra questi 'black out' che possono colpire la mente umana è da annoverare l'anoressia: termine ormai divenuto di uso comune, che indica una di queste cruente lotte fra l'uomo ed il suo corpo. L'arma utilizzata in questa impari battaglia è il rifiuto totale del cibo: si vuole annientare, ridurre a qualcosa di inerme, di fragile, il nemico, il corpo, unico capro espiatorio di sofferenze mai capite, di insoddisfazioni mai superate.

Edvard Munch, cercò di rappresentare la disperazione, la paura, nel famoso dipinto "Il grido", in cui in primo piano vi è l'uomo avvolto nella solitudine, annientato dal terrore della morte. Anoressia è proprio ciò che rappresenta quel quadro: un urlo che viene dal cuore, rompendo il tetro silenzio di una depressione ormai incontenibile.

L'anoressia è una malattia mentale di cui a differenza dei disturbi fisici, è difficile definirne obiettivamente una causa specifica, un decorso e sintomi caratteristici.

Alcuni, infatti, la definiscono come una delle tante mode, frutto di una società frenetica, alla ricerca del tecnologicamente perfetto, dell'esteticamente bello e seducente. Un disturbo che, colpendo nella maggioranza dei casi le fanciulle, nasce dal modello delle indossatrici che, dato il loro lavoro, sono dotate di un corpo esile ed asciutto. Altri ne vedono un disturbo legato all'età, destinato con il tempo a scomparire. Queste potrebbero essere solo alcune delle innumerevoli spiegazioni di questa piovra che può portare anche alla morte.

Una corsa continua, senza sosta, senza forse neppure un fine, su un tapis roulant costituito da un inferno di insicurezze, di timore di sbagliare. Lo stesso Kierkegaard, affermava che è proprio dall'incertezza e dalla vanità di ogni tentativo di raggiungere la certezza, che trova origine la solitudine estrema. Alla ricerca di un consenso che non basta mai, si crea così un circolo vizioso infinito, con un epicentro oscuro, attorno a cui fluisce il veleno del non volersi più bene, del non piacersi più. Ma quali sono le regole per dare inizio a questo gioco di morte?

Sigmund Freud, nella sua intensa attività di comprensione di molti problemi comportamentali, aveva teorizzato la cosiddetta "nevrosi della casalinga": donne ossessionate dalla pulizia, impegnate a pulire incessantemente ed assolutamente qualunque cosa, per evitare il repristinassi della polvere.

Così l'anoressica, ventiquattro ore su ventiquattro, si sforza per espellere ciò che è in lei impuro, sporco: il grasso. Paradossalmente ricorda le antiche mistiche medievali o la religione islamica: non a caso diversi esperti individuano nell'anoressia, una forte componente religiosa. Forse, proprio per questo, risulta difficile intervenire per curarla.

Un'altra fantasia che si forma nella menta della malata, è quella di compiere, attraverso un digiuno forzato, un gesto eroico: un'azione che, se da una parte potrebbe portare alla morte, dall'altra potrebbe riuscire a catturare l'attenzione e l'ammirazione di tanti indifferenti.

La rabbia e l'amore sono la difficile combinazione di sentimenti che guida l'uomo nel suo agire: appena l'uno eccede a scapito dell'altro, si crea un minaccioso vortice di emozioni, che spinge fuori dalla normalità. L'anoressia, a mio parere, rappresenta la palese manifestazione di una dissennata ricerca di amore contro un eccessivo e folle accumulo di rabbia.

Non è forse vero che lo stesso Catullo sosteneva: "Odio e t'Amo?"...

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Ramona Lucchetti